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Sull’isola di Napoleone tra foreste, vulcani, tartarughe bicentenarie e il secondo caffè più caro al mondo: 32 sterline a tazzina

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Sull’isola di Napoleone tra foreste, vulcani, tartarughe bicentenarie e il secondo caffè più caro al mondo: 32 sterline a tazzina

Vale la pena andare sull’Isola di Sant’Elena, ecco la nostra esperienza

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Sull’isola di Napoleone tra foreste, vulcani, tartarughe bicentenarie e il secondo caffè più caro al mondo: 32 sterline a tazzina
di Matteo Legnani
24 Dicembre 2024
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Per tutti quelli che hanno studiato un po’ di storia, Sant’Elena è l’isola di Napoleone. Lo ‘scoglio’ sperduto nell’Atlantico dove gli inglesi lo spedirono dopo averlo sconfitto nel 1814 nella battaglia di Waterloo. Ma per poco meno di quattromila anime è casa.

In questo articolo:

    A quasi tremila km dalla costa della Namibia e a quasi quattromila da quelle del Brasile, Sant’Elena è uno dei luoghi più remoti del pianeta. Le due isole più vicine, Ascension (dove c’è una base della Raf e dell’Air Force americana) e Tristan de Cunha, si trovano a due ore di volo di distanza, la prima verso nord-ovest, la seconda a sud.

    La sola compagnia che ci vola è la sudafricana Airlink, che la collega una o due volte la settimana (a seconda della stagione) a Johannesburg e a Cape Town con gli Embraer 190-LR. Ma questo vale dal 2017. Da quando, cioè, sull’isola di Napoleone è stato aperto l’aeroporto.

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    Prima, infatti, sul continente si poteva andare solo una volta alla settimana in nave, con un viaggio di cinque giorni fino a Cape Town, o con una traversata di due settimane se si voleva raggiungere il Regno Unito (Sant’Elena è un territorio d’Oltremare dello UK). Ora ‘bastano’ quattro ore e mezza di volo da Johannesburg o quattro da Cape Town.

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    Sull’isola si parla inglese e la moneta è la sterlina di Sant’Elena, ma è accettata anche la sterlina britannica. Ci sono solo due sportelli bancari, nessun bancomat e i negozi che accettano le carte di credito sono pochissimi. Il telefono è arrivato sull’isola nel 1898, ma solo nel secondo dopoguerra del Novecento è diventato disponibile a tutti. La televisione è comparsa nel 1994, internet nel 2013 e la fibra (grazie a un cavo sottomarino) nel 2017.

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    The Flight Club ha esplorato l’isola per quattro giorni, scoprendo uno dei luoghi più esotici al mondo, nonostante nella capitale Jamestown, che conta appena 250 anime, sembri di stare in un paesino del Galles, pub compresi.

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    Qui, in uno spazio di 20 km per 12 (tanto è lunga e larga l’isola), c’è tutto o quasi quello che la natura può offrire. Ci sono distese aride con cactus e piante grasse in cui sembra di stare nella Bassa California del Messico, foreste sub-tropicali che sembra di stare alle Seychelles.

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    E, ancora, vallate vulcaniche aridissime ma punteggiate di palme che ricordano certi luoghi di Lanzarote o Fuerteventura nella Canarie, e vallate verdissime sferzate dal vento disseminate di bassi cespugli e pecore che ricordano quelle delle Highlands in Scozia. Insomma, il mondo (più o meno) in un fazzoletto.

    Ci cresce di tutto: dalle banane, papaya e mango alla vite (fanno il vino quaggiù), da frutta e verdure europee (mele, pere, fragole, insalata, cavolfiori) al caffè, che è tra l’altro il secondo più costoso al mondo, dopo una varietà coltivata in Giappone.

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    Per averlo all’estero dai tre produttori locali, intenditori e chef della caffeina pagano più di 120 euro al chilo (oltre ai costi di spedizione, ovviamente). E, lontano dall’isola, lo si può degustare solo in una caffetteria di Mayfair, il super-esclusivo quartiere per ricconi di Londra, dove una tazza servita al tavolo costa 32 (!!!!) sterline, più di 40 euro. Roba da intenditori (e milionari).

    Noi lo abbiamo assaggiato gratis (dopo aver ‘scoperto’ tutto il processo di lavorazione dal chicco sulla pianta alla macchina del caffè) nella tenuta Wranghams, dove ci siamo fatti fare un ‘double espresso’ che era una bomba: molto intenso, ma con un aroma che mutava quasi ad ogni sorso, a tratti un po’ fruttato’ rispetto al nostro ‘normale’ espresso (ma molto dipende dalla tostatura, che sull’isola è meno intensa che in Europa).

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    Nel giardino della casa del governatore (che è, in parte, aperta al pubblico) abbiamo visto la più vecchia creatura animale vivente al mondo: si chiama Jonathan, ed è una tartaruga maschio. Quando Jonathan è arrivato dalle Seychelles nel 1882 aveva suppergiù 50 anni. Fate voi i conti e scoprirete che la bestia ha quasi 200 anni. Per l’esattezza 192. Per la sua età di muove parecchio, si accoppia ancora con l’unica femmina che ha accanto (molto più giovane di lui, ovviamente), ma i due non hanno avuto figli. Però è mezzo cieco, per via di una cataratta.

    Nella nostra quattro giorni sull’isola non potevamo, ovviamente, non visitare Longwood House, che fu la residenza di Napoleone Bonaparte dal 1815 al 1821 e il luogo in cui morì (per essere seppellito sull’isola per 19 anni prima che inglesi concedessero ai francesi di portarne la salma in Francia, dove oggi si trova a Les Invalides a Parigi).

     

    L’artefice della casa-museo è il console onorario francese Michel Dancoisne-Martineau, che ci lavora dal 1985. La residenza si può visitare quasi tutta, compresa la stanza in cui Napoleone morì il 5 maggio e quella in cui la salma venne esposta perché le si potesse portare saluto prima del funerale.

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    Gli arredi (compresa la vasca in cui l’imperatore faceva lunghi bagli tutti i giorni, ma non il letto di morte dell’imperatore) sono quasi tutti originali. Michel li ha ritrovati in giro tra le famiglie dell’isola studiando i registri dell’asta del 1822 in cui i beni di Napoleone furono venduti dal governo inglese dell’isola. Un lavoro durato 40 anni e che non è ancora terminato.

    Se poi, oltre che di natura e storia, siete appassionati di sport, Sant’Elena è il vostro paradiso. Si possono vedere lo squalo balena e i delfini facendo diving o anche solo snorkelling, hiking sulle dozzine di chilometri di sentieri, anche estremi, che corrono attraverso l’isola. Andare in bici, magari con pedalata assistita, lungo i 115 chilometri di stradine asfaltate, oppure offroad.

    E, ancora, mettere a dura prova gambe e polmoni lungo la Jacobs Stairway, una scalinata con una pendenza anche del 60% che sale 200 metri di dislivello con 699 gradini. Il record mondiale di salita è di 4 minuti e 50 secondi. La gente ‘normale’ la fa in circa 17-18 minuti. Originariamente la scalinata non era un’attrazione turistica, ma una rampa lungo cui scorrevano dei cavi con delle piattaforme per trasportare le merci su è già dalla capitale. Una sorta di funicolare che funzionava con il traino degli asini.

    Nonostante ‘l’avvento’ del trasporto aereo, l’isola non ha ancora un’infrastruttura ricettiva sviluppata. E questo è un pregio per coloro che amano l’avventura e i luoghi ancora ‘vergini’ in un’era in cui il turismo di massa sta arrivando quasi ovunque, ma anche un limite.

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    Ci sono una mezza dozzina di ristoranti e pub nella capitale e un solo 4 stelle, l’hotel più bello dell’isola, il Mantis: realizzato in una struttura del 1774 (ma con un’ala più moderna aggiunta nel 2014), ha un bel ristorante che serve ottimo cibo e vini sudafricani, un bar aperto fino a tardi e camere comode e arredate con gusto.

    Scordatevi, invece, resort, spa e altre cose del genere. Però ci sono bellissimi alloggi (alcuni su Airbnb) sulle colline dell’isola, ricavati da case dell’Ottocento o costruiti ex novo, con fantastiche viste sulle vallate e sul mare.

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    Agli amanti della tintarella un avvertimento: qui non ci sono spiagge (tranne una chiamata Sandy Beach di sabbia nera), l’acqua è tutto l’anno sui 24 gradi ma il clima è bizzarro e solo in gennaio e febbraio è davvero ‘estate’ come la intendiamo noi in Italia. Nuotare è comunque sconsigliato, salvo che non si vada a fare diving o snorkeling con qualche guida, ma c’è una piscina pubblica proprio sul lungomare.

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    Insomma, il suggerimento è questo: se la vostra meta è il Sud Africa e avete 3-4 giorni in più dopo aver visitato i ‘soliti’ Kruger Park, la Garden Route, il Capo e le vallate del vino di Stellenbosch, saltate su uno dei voli per l’isola.

    Già dall’atterraggio (la pista finisce su entrambi i lati su scogliere a picco sul mare alte duecento metri e la gente del luogo va ancora in aeroporto a vedere i ‘forestieri’ che sbarcano) e poi girando l’isola scoprirete mondo a sé, un luogo unico abitato da persone gentili che ti salutano per strada anche se non ti hanno mai visto prima e si fanno in quattro nel caso vi siate persi (come è capitato a noi) durante le passeggiate sui sentieri dell’isola.

    Ah, i prezzi (benzina a parte, ma di auto a noleggio non ce ne sono) sono quelli del Sudafrica, anche se qui siamo in Gran Bretagna. Cenerete con fish and chips scolandovi una birra allo yacht club per meno di dieci euro e cenerete con meno di venti (vino sudafricano incluso). O acquistare per una ventina di pounds una bottiglia di gin o rum locale, prodotto nella ‘distilleria più remota al mondo’, come c’è scritto sull’etichetta. Una bottiglia che potrete sicuramente esibire come unica, o quasi, al vostro ritorno…

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