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Sei ‘malato di aerei’? Il volo che devi fare almeno una volta nella vita: l’island hopping attraverso il Pacifico

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Sei ‘malato di aerei’? Il volo che devi fare almeno una volta nella vita: l’island hopping attraverso il Pacifico

Volare senza scalo sopra l’Oceano Pacifico, una cosa che cinquant’anni fa era considerata un’impresa quasi pionieristica e alla portata di […]

Sei ‘malato di aerei’? Il volo che devi fare almeno una volta nella vita: l’island hopping attraverso il Pacifico
di Matteo Legnani
27 Dicembre 2025
  • United Airlines
  • Star Alliance
  • HNL
  • Stati Uniti d'America
  • Hawaii

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Volare senza scalo sopra l’Oceano Pacifico, una cosa che cinquant’anni fa era considerata un’impresa quasi pionieristica e alla portata di pochi velivoli tra i quali il Boeing 747SP, che venne ‘inventato’ proprio a quello scopo, è oggi routine.

In questo articolo:

    Gli Airbus A350ULR di Singapore Airlines sono in grado di volare senza scalo addirittura da Singapore a New York, restando in aria per 18-19 ore.

    Tuttavia, è anche possibile fare l’esatto contrario, ossia attraversare il grande mare facendo una miriade di scali tra isole che sono tra le più remote al mondo. L’itinerario, che inizia a Honolulu e termina a Guam (o viceversa), è noto agli appassionati come lo ‘United Airlines island hopping’, perché è la compagnia americana a compierlo in entrambe le direzioni.

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    United lo ha ‘ereditato da Continental Airlines, dopo la fusione tra le due compagnie nel 2010, che a sua volta lo operava tramite la sussidiaria Continental Micronesia. I voli, iniziati nel 1968 con Boeing 727-200, sono oggi effettuati con i Boeing 737-800 di United configurati in due classi con 16 posti in Business Class e 150 in Economy, con una frequenza che, a seconda delle stagioni, varia da due-tre alla settimana a cinque-sei alla settimana.

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    Per i veri appassionati di aerei si tratta di un itinerario unico, una specie (con tutto il rispetto) di ‘Cammino di Santiago’ o di ‘Pellegrinaggio a La Mecca’ dell’aviazione, da fare almeno una volta nella vita, sia per le isole remote che permette di visitare sia per le condizioni ‘estreme’ degli aeroporti realizzati sugli atolli sparsi tra gli Stati Confederati della Micronesia e le Isole Marshall.

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    Non è infrequente che, in caso di venti non favorevoli, una delle tappe venga saltata o che a bordo pista ci siano mezzi antincendio pronti a intervenire se i freni dovessero surriscaldarsi innescando un incendio. A bordo, per chi parte da Honolulu, ci sono quattro piloti, perché due fanno la tratta fino alla prima ‘fermata’, che è l’isola di Majuro, mentre gli altri due si fanno il resto del tragitto fino a Guam, con un’esenzione relativa alla durata del turno di lavoro. E spesso c’è anche un meccanico, perché non si può mai davvero sapere cosa aspetti il 737 in termini di detriti depositati sulle cinque remote piste che tocca nel corso della sua traversata del Pacifico centrale.

    Due altre curiosità: fino a qualche anno fa, le tappe tra Honolulu e Guam erano sei, ma i voli di United hanno smesso di atterrare all’atollo di Johnston quando questo è stato adibito a deposito di armi chimiche; una delle fermate è sull’atollo di Kwajalein, che ospita una base aerea americana.

    La distanza dall’Italia dei due ‘capolinea’ dell’Island Hopper è analoga, visto che Guam si trova a oltre due ore di volo dalle Filippine e Honolulu a cinque ore da Los Angeles. I numeri dei voli sono l’UA 155 che da Guam vola fino a Honolulu e l’UA 154 che vola in senso inverso.

    La traversata può essere anche la parte più succulenta di un giro del mondo o anche, come abbiamo riportato su The Flight Club qualche settimana fa, anche un pezzo dei 3/4 di giro del mondo in 737, che United consente di fare durante la stagione estiva tra Ulan Bator in Mongolia e Glasgow in Scozia (o viceversa, naturalmente).

    Immaginando di voler partire in una giornata di metà gennaio da Guam (nella foto una delle zone check-in di United sull’aeroporto dell’isola), che è un’isola facente parte a tutti gli effetti degli Stati Uniti, sede di una delle più grandi basi della marina militare a Stelle e Strisce, nonché uno degli hub di United, è utile sapere che la si può raggiungere agevolmente da Tokyo, sempre con United che la collega sia a Haneda sia a Narita.

     

    Da Guam, dunque, ci si imbarca sul volo UA 155 e si decolla alle 7.55 verso la prima fermata dell’island hopping, che è Chuuk, parte degli Stati Federati della Micronesia, dove si atterra dopo 1 ora e 45 minuti.

    La pista, che si trova su territorio reclamato dal mare a partire dagli anni Quaranta (questa è la zona di epiche battaglie tra la marina americana e quella giapponese nella Seconda Guerra Mondiale), è lunga poco più di 1.800 metri.

    Da Chuuk si riparte alle 10.30 per Pohnpei nelle Isole Caroline (sempre Micronesia) dove si atterra 1 ora e 15 minuti più tardi, anche se l’ora locale segna le 12.45 perché si passa un’altra fascia orari.

    La pista, ‘tagliata’ nella foresta, è stata allungata di 250 metri agli attuali 1.900 metri di lunghezza tra il 2009 e il 2011 dopo che l’anno precedente un Boeing 727 cargo era finito oltre il fine-pista causando la chiusura dell’aeroporto per una settimana.

    Alle 13.30 il 737-800 torna in cielo alla volta di Kosrae (un altro dei quattro Stati della Micronesia), che raggiunge dopo un’altra ora e 15 minuti. La pista, che non supera i 1.700 metri di lunghezza, è costruita su un’isola artificiale collegata all’isola principale da un ponte.

    La tappa successiva è Kwajalein, che fa parte delle Isole Marshall e si raggiunge partendo da Kosrae alle 15.25 alle 17.40 dopo un’altra ora e 15 minuti (e l’attraversamento di un’altra fascia oraria).

    L’atollo, a forma di mezzaluna, è sede di un’importante base militare americana, il Bucholz Army Airfield. Foto e video dell’aeroporto sono proibiti. I passeggeri non militari vengono trasportati da e verso la vicina isola di Ebeye, il centro della popolazione civile dell’atollo di Kwajalein.

    La penultima tappa dell’island hopping è Majuro, la capitale delle Isole Marshall, verso cui il 737 decolla alle 18.20 per un volo della durata di un’ora.

    Lo scalo, che prende il nome di Marshall islands International Airport, venne realizzato nel 1943 e poi ricostruito nel 1971.

    Alle 20.15 il 737-800, ben rifornito di carburante e con una nuova coppia di piloti ai comandi, ridecolla per la tratta più lunga dello ‘island hopping’, che lo porta dopo 4 ore e 20 minuti di volo a Honolulu, dove atterra in piena notte, alle 2.55.

    Il tempo totale di volo è di quasi 11 ore, mentre la durata complessiva del viaggio, nel caso si decidesse di farselo tutto d’un fiato da Guam a Honolulu, supera le 14 ore.

    Il tragitto ‘one-way’ (farselo in andata e ritorno non ha molto senso) va acquistato tappa per tappa sul sito di United Airlines (dove selezionando, invece, Guam-Honolulu si ottiene come risultato il collegamento non-stop operato con Boeing 777-200ER) e costa intorno ai 2.500 dollari (2.130 Euro) in Economy, 2.800 dollari (2.400 euro) in Economy Plus che offe extra-legroom e 3.500 dollari (3.000 euro) in Business.

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