Ho volato (quasi) alla velocità del suono: a bordo ballava e scricchiolava tutto, ma che adrenalina!
E’ la velocità più elevata alla quale io abbia mai volato: 601 nodi, 692 miglia all’ora, 1.113 chilometri orari. No, […]

E’ la velocità più elevata alla quale io abbia mai volato: 601 nodi, 692 miglia all’ora, 1.113 chilometri orari. No, non sono stato ‘ospite’ di un qualche jet militare a due posti. Ero invece a bordo di un comunissimo jet commerciale, per la precisione un Boeing 787-9 della compagnia messicana Aeromexico tra Città del Messico e Madrid.
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Pochi minuti prima della partenza, il comandante aveva annunciato che per gran parte della durata del volo avremmo incontrato “molta turbolenza”, raccomandandoci di tenere il più possibile la cintura di sicurezza allacciata, anche nel corso della notte. Un annuncio che mi aveva fatto pensare a venti in quota molto forti, dato che non vi sono altre spiegazioni per una prolungata turbolenza a 37-39.000 piedi (11.300-11.900 metri), l’altitudine alla quale, sempre secondo il comandante, avremmo viaggiato quella notte verso l’Europa. E, vista, la nostra direzione da ovest verso est a venti in coda molto forti.

Così, dopo il decollo e terminata la cena, mentre mi guardavo alcuni episodi di una serie sullo schermo dell’IFE, ogni tanto ‘saltavo’ sul ‘Flight Tracker’, il nome che Aeromexico ha dato al suo sistema di mappe mobili e di informazioni sul volo, notando subito una cosa: solitamente i voli tra la capitale messicana e quella spagnola seguono una rotta piuttosto ‘meridionale’, che passa sul Golfo del Messico (o d’America), sorvola la Florida e poi attraversa quasi orizzontalmente l’Atlantico senza qualla traiettoria a ‘U’ rovesciata che, ad esempio, seguono i voli tra il Nord America e l’Europa.
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Quella sera, invece, stavamo puntando dritti verso nord e verso la zona centro-orientale degli Stati Uniti, transitando sopra New Orleans e poi sopra Alabama, Tennessee, Kentucky, West Virginia, Pennsylvania, il New England appena sopra Boston e poi ancora la Nuova Scozia prima di iniziare la traversata atlantica.

Abbiamo iniziato a ballare un po’ già avvicinandoci alla costa della Louisiana, cosa che ha reso la cena abbastanza ‘avventurosa’, tanto per gli assistenti di volo quanto per noi passeggeri, ma lo ‘sbattimento’ vero e proprio è iniziato sopra l’Alabama ed è durato quasi ininterrottamente per un’ora abbondante, fino alla Pennsylvania. Ed è in quel tratto che la velocità si è impennata progressivamente da appena sotto i 1.000 kmh fino ai 1.113, che sono poi appena 79 sotto la velocità del suono nell’aria, che è di 1.192kmh, mentre l’aereo vibrava da matti.
Pensando al fatto che il Dreamliner è costruito quasi interamente in fibra di carbonio, devo dire che mi è venuto un brivido. Ciononostante ho sperato che la velocità aumentasse ancora, mentre con mio figlio (seduto nella fila davanti a me) ci urlavamo (con buona pace degli altri passeggeri) le velocità che leggevamo sui nostri schermi. Ma da quei 1.113kmh siamo solo scesi e quando la velocità si è stabilizzata poco sopra i 1.000 sono tornato alla mia serie tv prima di addormentarmi.
Il volo, alla fine, è durato 9 ore e 4 minuti, ossia 26 minuti meno della sua durata media, stando a Flightradar24, segno che siamo sì andati veloci ma non velocissimi, considerando l’intero tragitto. Però quel picco, accompagnato dalle vibrazioni del 787, è stato eccitante. E il giorno dopo ne ho capita la ragione: al largo della costa orientale degli USA c’era un ciclone molto potente (quello che poi ha portato nevicate record nelle due Caroline e Stati attigui) e noi ci siamo con ogni probabilità ‘presi’ le folate più esterne del ciclone.
Il cambio di rotta, rispetto a quella usuale, è stato scelto dai piloti in fase di preparazione del volo proprio per sfruttare quei venti e viaggiare molto veloci bruciando allo stesso tempo poco carburante, grazie alla spinta di ‘madre natura’.
SkyTeam
MEX



