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Ho trascinato un Boeing 757 con le mie mani: ma il Delta Jet Drag è molto più di 10 secondi di gloria

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Ho trascinato un Boeing 757 con le mie mani: ma il Delta Jet Drag è molto più di 10 secondi di gloria

Ho tirato un Boeing 757 con le mie mani. Detta così sembra una di quelle cose da raccontare al bar, […]

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Ho trascinato un Boeing 757 con le mie mani: ma il Delta Jet Drag è molto più di 10 secondi di gloria
di theflyer
6 Maggio 2026
  • Delta
  • SkyTeam
  • ATL

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Ho tirato un Boeing 757 con le mie mani. Detta così sembra una di quelle cose da raccontare al bar, tra una birra e un “non ci crederai mai”. In realtà, dopo aver partecipato al Delta Jet Drag 2026 ad Atlanta, ho capito che quei pochi secondi di fatica sono solo la parte più scenografica di una storia molto più grande.

In questo articolo:

    Perché sì, c’è un aereo enorme da spostare. C’è il cronometro. Ci sono le squadre, le divise, le urla, le foto, i video e quella botta di adrenalina che arriva quando il Boeing 757 finalmente comincia a muoversi. Ma dietro tutto questo c’è una cosa che mi ha colpito molto più della gara: una comunità intera che si muove per aiutare chi sta combattendo contro il cancro.

    E, lo ammetto, io a questa cosa ero arrivato impreparato.

    Prima di tutto: mi ero fermato alla superficie

    Nei giorni scorsi ho partecipato alla 25ª edizione del Delta Jet Drag. Prima di arrivare ad Atlanta mi ero fatto un’idea abbastanza semplice: avevo visto qualche video online, letto qualche comunicato, parlato con persone che avevano già partecipato. Pensavo fosse un evento curioso, molto americano, un po’ folle e sicuramente perfetto da raccontare.

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    In parte lo è. Perché solo in America può esistere una cosa del genere: 25 persone che si mettono in fila, afferrano una corda e provano a trascinare un Boeing 757 da circa 115 tonnellate per 7,6 metri, nel minor tempo possibile.

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    Ma il punto è un altro: il Jet Drag non è “solo” il momento in cui tiri l’aereo. Quello dura pochi secondi. Tutto il resto dura mesi, coinvolge centinaia di persone e, soprattutto, ha un impatto reale.

    La storia del Delta Jet Drag: da idea folle a tradizione enorme

    Il Delta Jet Drag nasce quasi per gioco negli hangar di Delta, all’interno del mondo TechOps. Poi, con il passare degli anni, diventa qualcosa di molto più strutturato: una tradizione aziendale, un evento benefico, un momento di identità collettiva.

    Nel 2010, quando l’evento ha preso forma come raccolta fondi per l’American Cancer Society, c’erano 22 squadre e furono raccolti poco meno di 39mila dollari. Oggi siamo su un altro pianeta: circa 180 team, centinaia di partecipanti, dipendenti Delta, partner, volontari, frequent flyer e persone arrivate da ogni angolo degli Stati Uniti, e non solo.

    Il format è semplice e potentissimo: ogni squadra è composta da 25 persone, l’obiettivo è spostare il Boeing 757 il più velocemente possibile. Il target simbolico è stare sotto i 15 secondi, perché negli Stati Uniti, secondo il racconto degli organizzatori, una diagnosi di cancro arriva più o meno con quella frequenza.

    E quando scopri questo dettaglio, il cronometro cambia significato.

    Non è una festa aziendale. È una comunità che si riconosce in una causa

    Io non ho mai lavorato in una grande azienda. Non ho mai vissuto dall’interno quelle realtà americane gigantesche dove il senso di appartenenza, quando funziona, diventa quasi una seconda pelle. Quindi magari mi sbaglio, magari mi sono fatto travolgere dal momento. Però quello che ho visto negli hangar Delta non assomigliava a una festa aziendale costruita per fare comunicazione.

    Assomigliava molto di più a una comunità.

    Non era la cena di Natale con il cantante famoso. Non era il classico team building nel deserto con le slide motivazionali e le foto da LinkedIn. Era un evento in cui le persone arrivavano con le proprie storie, con le proprie ferite, con i propri ricordi e con una voglia sincera di fare qualcosa.

    Il team più simbolico, non a caso, è Hope Thrives: una squadra composta da dipendenti Delta che sono sopravvissuti al cancro o che sono stati caregiver, cioè persone che hanno accompagnato familiari, amici o colleghi durante la malattia.

    Ecco, quando lo scopri, capisci che non stai più guardando una gara. Stai guardando persone che, per qualche secondo, tirano un aereo ma in realtà stanno tirando fuori qualcosa di molto più pesante: la paura, il dolore, la memoria, la gratitudine, la speranza.

    Io ho strisciato la carta. Gli altri ci hanno messo il cuore

    La beneficenza è la chiave di tutto. Ma non stiamo parlando della classica operazione di facciata, quella in cui si mette un logo su un assegno gigante, si fanno due foto e poi tutti a casa. Io, probabilmente, sono stato la pecora nera. Ho partecipato, ho fatto la mia donazione, ho strisciato la carta come se stessi comprando un biglietto aereo e sono partito. Fine. Gli altri no.

    Il mio team, le Gazzelle di Grecier formato da oltre 100 persone, ha raccolto poco meno di 150mila dollari. E la cosa più impressionante è che la maggior parte delle donazioni non arrivava nemmeno da persone presenti all’evento. Arrivava da amici, colleghi, familiari, conoscenti, aziende, persone che volevano semplicemente contribuire.

    Le squadre arrivano con divise personalizzate, gadget, banchetti, aste, iniziative interne. Ci sono team che raccolgono fondi per mesi, che organizzano micro-eventi, che coinvolgono interi reparti. Ho visto persone contendersi in un’asta benefica un oggetto da poche decine di dollari e rilanciare fino a cifre fuori scala, non perché quell’oggetto valesse davvero quei soldi, ma perché il punto era un altro.

    Il punto era donare.

    Il momento in cui mi sono sentito un impostore

    A un certo punto ho scoperto una cosa che mi ha fatto quasi vergognare della mia superficialità. Per alcuni partecipanti, tirare l’aereo non è nemmeno il momento più importante della giornata. C’è chi, finita la propria gara, saluta il team e va in ospedale a incontrare i pazienti, a portare un sorriso, a dare supporto alle famiglie, a condividere con chi sta combattendo la gioia di quel giorno.

    Io ero arrivato pensando: “Vado ad Atlanta, tiro un aereo, racconto una storia curiosa”.

    Loro erano lì per molto di più.

    E in quel momento mi sono sentito un impostore. Perché io avevo guardato la superficie: il Boeing 757, il cronometro, la stranezza americana. Loro invece stavano vivendo una cosa che nasceva da esperienze personali, da lutti, da battaglie vinte, da battaglie ancora aperte.

    Non era Telethon per i media. Anzi, i media quasi non esistevano. Le telecamere erano soprattutto quelle dei telefonini dei partecipanti, persone che volevano portarsi a casa un ricordo, non una copertura stampa.

    L’America bella, quella che non vediamo quasi mai

    Quando nei giorni scorsi ho scritto che sarei volato ad Atlanta apposta per il Delta Jet Drag, qualcuno mi ha detto che evidentemente non avevo nulla di meglio da fare. Può darsi. Però negli hangar di Delta c’erano persone arrivate da ogni angolo del pianeta solo per questo. Dipendenti fieri del proprio team, famiglie, volontari, partner, frequent flyer, gente che ci credeva davvero.

    Ho visto l’America bella. Quella che raramente vediamo nei telegiornali. Quella della comunità, dell’unione per una causa, del credere in qualcosa e del lottare fianco a fianco. Ho visto persone togliersi il cappello e mettersi la mano sul cuore mentre una dipendente Delta intonava l’inno americano con una voce da far impallidire mezzo panorama musicale. Ho visto orgoglio, emozione, partecipazione vera.

    E sì, è una cosa molto americana. Forse perfino troppo americana per noi europei. Però è anche una cosa che, vista dal vivo, ti lascia addosso una domanda: perché da noi facciamo così fatica a creare questo tipo di appartenenza?

    Quei 10 secondi con le mani sulla corda

    Poi arriva il tuo turno. Ti metti in fila con gli altri 24 del team. Davanti hai un Boeing 757. Non una sagoma, non un simulatore, non una metafora motivazionale: un aereo vero. Uno di quelli che normalmente guardi dal finestrino del terminal, non certo da attaccato a una corda.

    La parte più dura non è tirarlo per 7,6 metri. La parte più dura sono i primi due passi. Quando l’aereo è fermo, sembra impossibile. Tu tiri, spingi con le gambe, senti la corda che tira sulle mani, il corpo che cerca trazione, gli altri che urlano, qualcuno che dà il tempo. Per un istante sembra che non si muova nulla.

    Poi il 757 cede. Inizia a muoversi. E lì cambia tutto. Da quel momento diventa quasi un gioco da ragazzi. Non perché sia facile, ma perché ormai il gigante si è svegliato e tu devi solo continuare a seguirlo, senza mollare. Noi abbiamo chiuso in 10,986 secondi. Non abbastanza per vincere, ma abbastanza per poter dire: missione compiuta.

    Chi ha vinto il Delta Jet Drag 2026

    Per gli annali, a vincere l’edizione 2026 sono stati ancora una volta i campioni in carica. Un vero dream team da 25 energumeni che da anni domina questa gara.

    Quest’anno, però, non si sono migliorati: sono rimasti sopra i 7 secondi. Che detto così sembra quasi normale, ma bisogna ricordarsi che stiamo parlando di trascinare un Boeing 757. Sotto i 7 secondi siamo più dalle parti della fantascienza che dello sport aziendale.

    Per entrare in certe squadre non basta presentarsi con la maglietta giusta. Bisogna donare, partecipare, essere selezionati. Sembra quasi un camp NFL, solo che al posto del Super Bowl c’è una raccolta fondi per chi combatte contro il cancro.

    Un evento che ti cambia il modo di guardare Delta

    Da frequent flyer siamo abituati a giudicare le compagnie aeree per le poltrone, le lounge, il catering, il Wi-Fi, la puntualità, i programmi fedeltà e tutte quelle cose che ci fanno discutere ogni giorno. Ed è giusto così. Perché alla fine siamo passeggeri, paghiamo biglietti, accumuliamo miglia e abbiamo tutto il diritto di pretendere un servizio all’altezza.

    Però eventi come il Delta Jet Drag mostrano un altro lato di una compagnia aerea. Non quello che vedi a bordo, ma quello che vive dietro le quinte: i dipendenti, i team, le storie personali, il senso di appartenenza. Si può essere critici con Delta, come con qualsiasi altra compagnia. Ma davanti a una macchina organizzativa capace di trasformare un hangar in una giornata di raccolta fondi, memoria e speranza, bisogna anche riconoscere che c’è qualcosa di potente.

    Il Jet Drag non ti fa volare meglio. Non ti regala upgrade, non ti dà miglia, non ti apre una lounge. Però ti fa capire perché per molte persone una compagnia aerea non è solo un logo sulla fusoliera.

    Il prossimo anno facciamo il team italiano?

    Non ho statistiche ufficiali, ma credo che quest’anno gli italiani presenti fossero pochissimi. Io e due dipendenti Delta di Roma, che saluto e con cui mi complimento: con il loro team ci hanno battuto per pochi centesimi di secondo.

    E allora la pazza idea è questa: perché non provare a creare un team italiano per il Delta Jet Drag 2027? Una squadra di tiratori italiani. Una raccolta fondi vera. Un viaggio ad Atlanta non per fare shopping, non per provare una lounge, non per inseguire uno status, ma per partecipare a una causa concreta e vivere dall’interno uno degli eventi più incredibili che abbia mai visto nel mondo dell’aviazione.

    L’evento si svolge normalmente tra fine aprile e inizio maggio. Nel 2027 non ci saranno nemmeno i ponti comodi, perché il 25 aprile cadrà di domenica e il 1° maggio di sabato. Ma per una giusta causa si può anche prendere qualche giorno di ferie.

    Io la butto lì: facciamo il team italiano? Perché sì, tirare un Boeing 757 è una follia. Ma farlo per aiutare chi sta combattendo contro il cancro è una di quelle follie che, almeno una volta nella vita, vale la pena vivere.

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